Ruolo di caporale istruttore nel servizio militare
Oggi voglio dare spazio ad una storia, la storia di un caporale istruttore: mio papà. Ritengo sia interessante, soprattutto per i giovani ma non solo, capire come si svolgeva il servizio militare in quegli anni. Un racconto vero, pieno di emozioni.
Grazie papà per questa tua condivisione!
Mi presento: sono Alessandro Borgato classe 1954. Abito in periferia di Padova, Roncajette di Ponte San Nicolò. Sono rimasto orfano di padre all’età di 6 anni con altri 3 fratelli. Il mio titolo di studio: 3° media inferiore, purtroppo.
Per cause sconosciute ho dovuto fare il servizio militare. Non ero dispiaciuto anche perché ho sempre amato le armi ed ero affascinato dalla divisa fin da bambino.
Passato un anno dalla visita, attendevo con ansia la famosa cartolina di chiamata come tutti i ragazzi della mia età. Secondo i calcoli dovevo partire verso ottobre dell’anno 1974. La cartolina arrivò durante le feste Natalizie.
VIAGGIO VERSO LA CASERMA DI DESTINAZIONE
Partenza 15 Gennaio 1975 destinazione Tarcento, Udine.
La mattina partii da casa in bicicletta verso il centro del paese; io abitavo in campagna. Pochi avevano l’auto per portarmi alla stazione. Mi accompagnò un grande signore di nome Mario, tutti lo chiamavamo Bruno Baussa. Con il suo pulmino Fiat 850 mi portò alla stazione molto volentieri. Il saluto fu “fatti valere, hai la possibilità”. Dopo 8 anni diventò mio suocero. Un arrivederci, una stretta di mano e partii per Tarcento.
Cambiai per tre volte treno: Padova-Mestre, Mestre-Udine, Udine-Cividale del Friuli dove arrivai alle ore 18:00. Conobbi altri ragazzi diretti a Tarcento. Da Cividale, con un camion militare, partimmo tutti insieme. Arrivammo alla caserma giusti per cena. Un caporale ci accompagnò dentro la mensa piena di soldati e disse “mettetevi su quel tavolo nell’angolo della sala”. Mi colpì la divisa, la cravatta rossa e le mostrine verdi. Si sentivano i soldati già di leva parlare così “xè rivà i microbi” riferendosi a noi reclute. Evidentemente loro erano partiti mesi prima per chiamarci così.
Dopo aver cenato in compagnia della truppa, un militare con le stellette (non conoscevo i gradi) cominciò a chiamare noi ragazzi ancora vestiti in borghese. Pensavamo ci dessero delle coperte per la notte. Chiamò sette ragazzi della nostra compagnia, me compreso, e ci indicò la nostra destinazione: IPPLIS, 52° Cacciatori delle Alpi, fanteria d’arresto (anche Tarcento era fanteria d’arresto).
Partimmo da Tarcento per Ipplis, sempre con un camion militare. Arrivammo alle ore 23:00 circa.

Il servizio militare negli anni passati era d’obbligo. Ecco il racconto di un caporale istruttore: dalla sveglia al pranzo, dalle esercitazioni alla soddisfazione di aumentare di ruolo.
DENTRO LA CASERMA NADALUTTI DI IPPLIS
Appena scesi dal camion, l’ufficiale di giornata chiamò il magazziniere che ci consegnò un paio di coperte a testa. Un caporale ci accompagnò in camerata. Dormimmo con materasso e coperte, senza lenzuola. Tra noi ci dicemmo “se cominciamo così siamo messi male, nemmeno in carcere si dorme senza lenzuola”.
La mattina seguente alle ore 6:00 sveglia, ore 7:00 adunata. Per prima cosa ci hanno assegnato una squadra con caporale istruttore e, tanto per cambiare, abbiamo cambiato ancora camerata.
In una settimana taglio capelli, vestiario estivo e invernale, lenzuola, cuscino e occorrente per l’igiene personale. Ci mettemmo l’abbigliamento invernale, faceva freddo. Andavamo avanti e indietro come marionette: dentro una stanza… no, dentro l’altra stanza… no, non qui, nel capannone… avanti e indietro per una settimana. Sembravamo dei barboni da strada venuti fuori da un sacco di naftalina tanto da riuscire appena a respirare.
I vestiti erano grandi per alcuni, piccoli e stretti per altri. Ci si scambiava i vestiti l’uno con l’altro per essere presentabili.
PRIMO LAVORO IN CASERMA
Formata la squadra, dopo 3/4 giorni di presentazione, ci chiamarono e ci fecero pulire le fognature della caserma: acque bianche e acque nere. Io, che sono un pignolo, con carta e penna feci lo schema della rete fognaria della caserma con tanto di firma.
Passarono 15/20 giorni di addestramento con attenti, riposo, dietro front, presentat’arm etc. Un giorno il colonnello comandante, dopo l’adunata, chiamò noi nuove reclute per darci gli incarichi.
INCARICO DI CAPORALE ISTRUTTORE
Quando sentii il mio cognome e nome dissi “presente!” mettendomi sull’attenti. “Il tuo incarico è 31/A” mi disse. Tra di me pensai “che incarico sarà? Dove mi manderanno adesso? Spero di non cambiare caserma. Ipplis mi piace, è bella, piccolina, sembra una grande famiglia”.
Dopo l’adunata e i nuovi incarichi, ci trovammo in 7 reclute con un caporale istruttore cambiato. La prima domanda che facemmo al caporale fu cosa fosse l’incarico 31/A. Il caporale, con un sorriso sotto i baffi, ci disse che noi saremmo stati i nuovi caporali istruttori, istruttori con un mese di addestramento in più. “Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?” pensai.
Dopo 2 mesi di addestramento a squadre fatti tutti insieme, noi 7 facemmo un mese in più di addestramento. Questo mese non fu come quello precedente ma molto più duro. Fu oltre che duro anche bello. Sembravamo dei marines come nei film americani!
Come ricompensa ricevemmo il grado di caporale, 50 lire in più al giorno. La decade, cioè la paga del soldato ogni 10 giorni, comprendeva 500 lire al giorno. Noi caporali 550 lire al dì: eravamo ricchi!
Quando mi dettavano le lettere per la loro mamma facevano le lacrime agli occhi e dicevano “scusa Alessandro, un po’ mi vergogno”.

COMINCIA IL LAVORO DA ISTRUTTORE
Essendo in 7 caporali della compagnia reclute, il tempo libero non esisteva. Questi i nostri compiti e incarichi oltre all’addestramento reclute:
- Capoposto: tutto il giorno al corpo di guardia
- Capomuta: capo guardia solo in notturna
- N.C.C.: nucleo controllo cucina
- 1° caporale di giornata: controllo pulizia camerate
- 2° caporale di giornata: controllo pulizia sanitari e docce
- Capo macchina, Jeep con autista: il graduato a fianco dell’autista responsabile del mezzo. Si andava a prendere colonnelli, capitani, marescialli per portarli da casa alla caserma.
Alla sera, dopo l’addestramento, con le reclute e servizi si faceva rapporto dal capitano comandante della compagnia per più di un’ora. Ognuno di noi faceva il resoconto di quello che aveva insegnato alle reclute ed esponeva il suo parere per la programmazione delle attività per il giorno successivo.
Con i gradi al braccio non mi sono mai montato la testa, anzi ero più tranquillo e rispettato da tutti.
La giornata svolgeva con un ben preciso programma.
Ore 6:00 sveglia ma per me erano le 5:30. Come istruttore alle ore 6:00 dovevo essere già pronto e attivo. Controllavo le mie reclute e, se qualcuno faceva il furbo, lo buttavo giù dalla branda con il materasso compreso. Più di qualcuno non si alzava dal letto. Controllavo se il cubo (piegamento materasso, coperte e lenzuola) era fatto alla perfezione sopra la rete.
Ore 7:00 adunata. Facevo l’appello e li mettevo in riga e in fila per due. Una prova di attenti e riposo. Attenti nuovamente, alza bandiera e, finito il suono della tromba, riposo con il grido OBBEDISCO (il nostro motto 52°).
Ogni caporale istruttore aveva la sua squadra di circa 12 reclute. Avevamo sempre nuovi compiti.
Quasi ogni giorno si marciava per un’oretta. A volte si smontava e montava il fucile (Garand M1) in dotazione. Ogni tanto a qualcuno avanzavano dei pezzi e quindi glielo facevo smontare e rimontare ma i pezzi non combaciavano mai. Quando accadeva mi facevo sentire “se non lo sistemi a dovere resterai qui fino a sera e salterai il rancio”. Con calma, e purtroppo con il mio aiuto, riuscivano a fare il loro dovere.
Un altro giorno insegnavo come funzionavano le mitragliatrici, i cannoni, i mortai, le pistole, i bazooka e come lanciare la bomba a mano.
Altri giorni, con mimetica, anfibi ed elmetto, si faceva il percorso di guerra. Non era facile ma un po’ alla volta e con astuzia tutti riuscivano a completarlo sbuffando.
ESERCITAZIONI FUORI CASERMA
Due volte a settimana si faceva esercitazione nei Bunker. Erano postazioni in cemento armato, fatte durante la prima guerra mondiale, per fermare il nemico durante l’avanzata e aiutare le nostre retrovie a riorganizzarsi. Purtroppo avevano solo 7 giorni di vita in caso di guerra. Nei Bunker si potevano usare cannoni, mitragliatrici, bazooka e armi leggere.
La sera prima dell’esercitazione dicevo sempre alla mia squadra “Domani mattina: mimetica, anfibi, elmetto”. “Dove ci porti domani?” mi chiedevano. Rispondevo “Ve porto a xugàre col sciòpo! Non preoccupatevi, andiamo a fare manutenzione nelle postazioni vicino al confine”.
Oltre alla manutenzione e alle prove di combattimento si facevano prove di caduta e di mimetizzazione con ricerca nemico. Bisognava cercare di mimetizzarsi e non essere scoperti. Insegnavo a sparare, a come cadere con il Garand M1 e così via.
Quando uscivamo dalla caserma camminavamo per la strada rigorosamente in fila indiana. Bastava che passasse una ragazza (bella o brutta non aveva importanza) perché tutta la squadra cominciasse a gridare e fischiare. Sembrava non ne avessero mai vista una.
A PRANZO
A pranzo noi istruttori dovevamo tenere in ordine e in riga la truppa. Purtroppo eravamo sempre gli ultimi a pranzare ma la cosa positiva era mangiare nella stessa tavola assieme a marescialli, tenenti e capitani colonnelli. Questa era una cosa bellissima in quanto potevamo scambiare anche qualche opinione avendo delle buone risposte.
Dopo pranzo per un’oretta le reclute avevano un po’ di libertà mentre noi caporali ci organizzavamo per le attività del pomeriggio.
LA SCUOLA
Un paio di giorni a settimana portavamo le reclute a scuola. Capitani e colonnelli erano gli insegnanti. Spiegavano il comportamento del vero soldato, del vero uomo, la pazienza e tanto altro. Il capitano medico della sanità spiegava come fare la pulizia del corpo umano. Purtroppo in quegli anni non tutti avevano il bagno in casa e metà reclute avevano animali e abitavano in campagna. Non sapevano cosa fosse un bagno. Eravamo comunque solidali tra di noi e ci aiutavamo a vicenda.
Ho salutato i ragazzi, uno per uno, ormai non più reclute ma uomini veri. Una stretta di mano, un abbraccio e, senza vergogna, anche due lacrime per la commozione.

SCRIVERE A CASA
Per mia volontà aiutavo le reclute analfabete a scrivere lettere a casa o alla fidanzata. Dicevo loro di non vergognarsi, li capivo ed ero vicino a loro. Quando mi dettavano le lettere per la loro mamma facevano le lacrime agli occhi e dicevano “scusa Alessandro, un po’ mi vergogno”. Forse è per questo che mi volevano bene e mi chiamavano il fratello maggiore. Di quello che facevo non lo sapeva nessuno tra le reclute a parte il capitano della compagnia che, quando ci incontravamo, mi guardava, mi faceva l’occhiolino e un cenno con la testa. Grande il mio capitano.
A RAPPORTO DAL CAPITANO COMANDANTE
Alla sera, prima di cena, tutti noi istruttori facevamo rapporto dal capitano di compagnia. Si rimaneva in sala per circa un’ora e quando uscivamo eravamo già in servizio. In parole povere non avevamo mai un po’ di libera uscita.
FRATELLANZA FRA CAPORALI ISTRUTTORI
Se qualcuno aveva problemi, e capitava spesso, il caporale in questione andava in licenza. Noi prendevamo il suo posto per fare i suoi servizi. Più di qualche volta mi è capitato di avere non 15 ma 30 reclute da comandare.
LA MARCIA
I primi di luglio, dopo aver fatto un buon e duro addestramento, la mia squadra ed io partecipammo alla marcia organizzata dai comandanti della nostra caserma e di quelle vicine dove erano presenti altre squadre.
Eravamo all’incirca 500/600 soldati. La marcia consisteva in prove di abilità, smontaggio e montaggio arma, lancio bomba a mano, montaggio tenda da campeggio, maschera antigas, percorso guerra etc.
Nessuna squadra sapeva cosa si vincesse. In palio c’erano 2 licenze da 5 giorni e 2 licenze di 48 ore.
Ancora oggi mi sembra impossibile: vincemmo la marcia! Dovreste aver visto la gioia di quei ragazzi, ormai uomini. Mi fece piacere il fatto che continuassero a dirmi “grazie Alessandro, è merito tuo se ci siamo riusciti”. “No, siamo stati tutti all’altezza, un’unica squadra” rispondevo io, “grazie ragazzi, abbiamo fatto tutte le prove con abilità in minor tempo possibile. Non serviva arrivare primi al traguardo ma l’abilità ci ha portati alla vittoria”.
Per le licenze si erano messi d’accordo tra loro. La mia, di 5 giorni, la lasciai ai ragazzi e loro se la divisero.
Questa, per me, è stato esempio di collaborazione, fraternità e amicizia. Siamo stati grandi.
PICCHETTI ARMATI
Le più belle esperienze fatte da caporale erano quando si andava con la squadra a fare picchetti armati nelle associazioni di varie cittadine del Friuli che avevano il piacere di avere la nostra presenza.
Andavamo vestiti a festa. Era un piacere vederci con cravatta rossa, mostrine verdi, cinturone alla vita e, ciliegina sulla torta, i guanti bianchi. A tutti veniva la pelle d’oca.
Facevamo cerimonie di diverso tipo: inaugurazione lapidi di guerra, soldati decorati al valor militare e civile nella prima e seconda guerra mondiale, soldati caduti in battaglia e altro. La soddisfazione? Ero io a comandare e dare ordini ai picchetti in quanto i nostri ufficiali, per motivi che non conosco, non si presentavano o arrivavano in ritardo.
Dopo la cerimonia ci offrivano il buffè o c’era il banchetto. I ragazzi erano liberi di fare quello che volevano, sempre con disciplina, e non mancava l’occasione di parlare con qualche bella ragazza.
ADDIO ALLA MIA SQUADRA
Tra la fine di luglio e i primi di agosto, se non mi sbaglio, c’è stato il cambio reclute. Ho salutato i ragazzi, uno per uno, ormai non più reclute ma uomini veri. Una stretta di mano, un abbraccio e, senza vergogna, anche due lacrime per la commozione. Gli ero molto affezionato e, devo dire la verità, mi era un po’ dispiaciuta la loro partenza per altre caserme. Questa è la vita militare.
LA CASERMA VUOTA
Partite le reclute siamo rimasti in caserma. Tra compagnia comando e compagnia reclute eravamo una settantina di soldati. Pensavamo di fare la bella vita invece ci hanno obbligati a sistemare e mettere a puntino la caserma. Dovevamo pitturare tutte le camerate, compreso il corpo di guardia, fare le pulizie generali, i lavori di giardinaggio. Tutto questo per l’arrivo di nuove reclute. Noi caporali eravamo sempre in servizio 7 giorni su 7.
Era ormai Ottobre e si aspettavano i nuovi arrivi in caserma. Nella tranquillità sentimmo la voce dell’altoparlante: “caporale Borgato a rapporto dal colonnello comandante”. Non vi dico le incomprensioni tra il sergente, il tenente e il capitano della mia compagnia. Quando il colonnello comandante chiamava c’era sempre qualcosa che non andava.
Dopo una decina di minuti mi chiamarono a rapporto dal capitano della mia compagnia. “Cosa hai fatto? (arrabbiato) Cosa ti è venuto in mente questa volta? Sei punito!” mi disse. “Non ho fatto nulla sig. capitano” risposi. Si alzò e battendo un pugno sulla scrivania disse “andiamo dal colonnello, prega il Signore e vediamo cosa succede”.
Prima di entrare nell’ufficio venimmo annunciati da una guardia vicino alla porta. Entrammo, saluti, e il comandante disse al capitano se per favore potesse uscire per lasciarci soli. Il capitano diventò nero.
Quando fummo rimasti soli, il colonnello aprì un cassetto e mise sulla scrivania dei fogli di carta. Mi domandò “questa è la tua firma?”. Era il disegno della rete fognaria fatto a gennaio. Risposi di si. “Allora ho bisogno del tuo intervento. A gennaio hai lavorato con altre reclute a pulire la rete fognaria della caserma. Vorrei che tu scelga 5/6 soldati e facessi lo stesso lavoro con te a capo”. Era inutile dire di no, tanto il lavoro lo dovevo fare. “Prenditi pure il tempo che vuoi ma devi finire in massimo 2/3 settimane” mi disse. “Signor si sig. colonnello. Quando posso cominciare?” “anche subito, parla con il tuo capitano e… grazie”.
Un saluto e uscii fuori. Vidi il capitano più nero di prima. Spiegai la situazione e subito cambiò colore. Mi disse “scusa e grazie Borgato, sei l’orgoglio della compagnia reclute”.
Nel frattempo ero aumentato di grado, ero diventato caporal maggiore. Forse perché mi ero comportato a dovere? O perché avevamo vinto la marcia? O per quello che facevo in caserma? Non so. Comunque non più 50 lire al giorno in più ma 100 lire. Ero diventato ancora più ricco. “Che carriera ragazzi, se va avanti così divento generale in 6 mesi” pensai.
ARRIVO NUOVE RECLUTE
Verso fine anno, non ricordo bene il periodo, vidi arrivare in caserma le nuove reclute. Tutti siciliani. Tutti, e dico tutti, piccoli. Sembravano dei bambini appena finita la terza media. Mi sentivo nei loro confronti un fratello maggiore e, pensandoci, mi sembrava essere all’inizio naja. Così ripresi la mia attività come istruttore fino al congedo.
Questa è la mia storia fatta nella caserma di Ipplis. Mi hanno congedato il 29 febbraio 1976. Purtroppo ad oggi la caserma Nadalutti di Ipplis è dismessa. Il 52° cacciatori delle Alpi fanteria d’arresto non esiste più.
c.m. Alessandro Borgato
P.S. Anche se in caserma la libertà era limitata per gli istruttori, sarei disposto a rifare il servizio militare.
Impara!
- Condividere un episodio della propria vita richiede coraggio.
- Non ci rendiamo conto di quanto fortunati siamo oggi ad avere un bagno in casa. Diamo tutto per scontato.
- Il servizio militare insegnava disciplina, inquadramento e rispetto delle regole.
Raccontatemi:
- Avete fatto il servizio militare?
- Cosa ne pensate del fatto che non sia più obbligatorio?
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Bello l’articolo
Per favore, tolga quel: (garrant).
L’arma comunemente in dotazione , in quel periodo, all’ E.I. era, per esteso, il Fucile Automatoco Leggero Beretta Modello 59. piu’ sintetimanete FAL Bm59 , derivato dal fucile d’ordinanza precedente, Garand M1.
Tra l’altro riprodotto nella foto all’inizio dell’articolo.
Letto e apprezzato al’articolo.
ma un dato impreciso, sciatto, compromette credibilità e completezza di una scrupolosa e dettagliata cronaca
un po’ come se un professionistacuoco, si scordasse il nome di uno strumento usato tutti i gironi.
O un calciatore avesse scordato lo stadio della squadra in cui giocava.
leva quel Garrat che non esiste , non significa nulla.
Gentile Paolo ha ragione, ho commesso un errore di ortografia scrivendo “garrant”. La parola corretta appunto è Garand e la ringrazio per avermi avvisata. Il caporale istruttore nella foto, come dice lei, aveva in dotazione il FAL Bm59 mentre le reclute avevano il Garand M1. Grazie per il suo commento!
Avuto pressapoco la tua stessa storia ero a Tarcento 1975 40 giorni ero caporale istruttore per mandarmi in ufficio col maggiore e il collonnello comandante il mio incarico era informatore
Grazie Giorgio, un caro saluto
Buon giorno leggo casualmente quello che scrivi , Mio padre, purtroppo deceduto diversi anni fa, classe 1952 ha prestato proprio in quegli anni servizio militare come caporale istruttore a Cividale del Friuli , Era nato in un paese vicino a Pisa e aveva fatto
Il giuramento a Bari si chiamava Mario .Raccontava sempre di come riusciva a smontare le armi ad occhi chiusi e di come una volta in addestramento riuscirono a cacciare un lepre ( lui era un fanatico cacciatore) .
Magari mio padre è il tuo hanno condiviso dei momenti assieme.
Ti saluto .
Carissima Giada grazie per il tuo commento, un abbraccio fortissimo